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Aforismi e Citazioni

La Freisa, il vino di un Re

Posted by on Sep 10, 2012 in Curiosità | 0 comments

Ecco il secondo racconto che Chiara Martinotti ha trovato e che parla della Freisa, vino  prodotto dalla sua azienda, Cascina Gilli:

La Freisa, vitigno piemontese molto antico, per nulla aristocratico, in passato veniva vinificata con un residuo zuccherino, per consentire una presa di spuma in bottiglia. Il vino spandeva nel bicchiere i tipici profumi di frutti di bosco e la schiuma densa e rosata dava l’illusione di gustare dolcetti prelibati. La mancanza di adeguate attrezzature imponeva all’imbottigliatore di legare a mano, con cura, ogni tappo, anche se poi all’arrivo dei primi calori dell’estate, i tappi iniziavano a schioppettate come fuochi d’artificio. Era il vino della gioia semplice, riuniva intorno a sé, sul calare della sera, i contadini stanchi del lavoro.

La Freisa fu il vino di Vittorio Emanuele II, non certo un uomo lezioso. Ai balli preferiva la caccia, alle dame le semplici bellezze contadine. E la “Bella Rusin”, popolana monferrina e schietta, non la disdegnava certo!

La Freisa rappresentò fin dal suo comparire il vino della giustizia sociale, quel vino che il conte di Nuvolone nel 1799 auspicava di vedere comparire, come giusto e prezioso alimento, sulla tavola del ricco e su quella del povero.

Fonte: dott.ssa Enza Cavallero “Malvasia e freisa, nobiltà, santi e democrazia”, 1991

Il Prosecco del Ghellino – Una storia vicentina

Posted by on Aug 6, 2012 in Curiosità | 0 comments

Grazie a Elia Cucovaz, eno appassionato che ama raccontare storie del vino legate al suo territorio, il Vicentino. Dal suo blog VinidiVi pubblichiamo il racconto di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia del Prosecco.

“Se l’estate è la stagione del Prosecco, su queste pagine non posso esimermi dallo scovare per voi una chicca tutta vicentina per placare la sete che la carica degli anticicloni porta con sé. Ma per raccontare questa storia, bisogna partire da lontano: dal Settecento. La patria del Prosecco è per tradizione la marca trevigiana, e nella fattispecie le emozionanti colline di Valdobbiadene, Conegliano ed Asolo. Sorprende dunque scoprire che il primo Prosecco di cui si ha notizia sia un Prosecco vicentino.

Sono versi tratti da “Il Roccolo”: un ironico poemetto dato alle stampe nel 1754 da tal Aureliano Acanti. Lascio a quest’altro post un racconto più dettagliato di quest’opera poco conosciuta e dal grandissimo valore eno-storico. Per ora basta sapere che si tratta di una vera e propria guida del vino vicentino ante litteram, in cui la parodia del poema classico fa da pretesto per citare una trentina di vini che l’autore considera i migliori della sua terra, completi di indicazioni territoriali e note organolettiche.

Ma che centra il Prosecco con la provincia di Vicenza? Che oggi si pianti Glera un po’ dappertutto fra Veneto e Friuli è un fatto ormai consolidato. Gli affari sono affari. Ma prima del mercato globale, prima di Martinotti e delle autoclavi, prima dell’industria e dei mutamenti climatici, prima dell’ecatombe fillosserica…
Prima di tutto questo, nel Settecento, la carta enografica italiana era molto diversa da quella attuale. E lo dimostra proprio “Il Roccolo”, che annovera fra le varietà coltivate nel vicentino la Corvina e la Vernaccia, il Lambrusco ed il Moscadello: noti vitigni autoctoni, ma associati normalmente ad altri territori. Come il Prosecco, per l’appunto.

Ignaro di tutti gli sconvolgimenti a venire, l’Acanti si rivela particolarmente entusiasta del Prosecco berico. Nei versi seguenti infatti ne tesse lodi sperticate, con lo stile goliardico ed iperbolico che contraddistingue “Il Roccolo”:

Il “Ghellino”, qui, è il conte Gelio Ghellini, anfitrione appassionato di cacce e banchetti, nei quali, com’è naturale che sia, il convivio indugiava allegramente nelle dionisiache libagioni. A metà nel Settecento egli era il patriarca di una delle più potenti famiglie vicentine, esponente di spicco di quella nobiltà legata alla terra ed alle attività rurali che fu la “civiltà delle ville venete”. Oggi i Ghellini sono estinti, ma il loro nome rimane vivo, legato in particolare al paese di Villaverla dove si trova una delle loro più famose dimore. Villa Ghellini Dall’Olmo oggi è tristemente abbandonata, ma ancora in grado di sedurre con il fascino scenografico dello stile palladiano.

E così veniamo al tempo presente. È in questo paese della pedemontana vicentina che Manuel Fabris, appassionandosi alla storia dei Ghellini, ha incontrato “Il Roccolo” ed è stato folgorato sulla via del vino vicentino. E così, collegando i puntini, ha iniziato a delinearsi nella sua mente l’idea di riportare in vita il Prosecco del Ghellino.”

Link: il testo informatizzato de “Il Roccolo” può essere consultato liberamente e scaricato dal sito del Servizio Bibliotecario della Regione Veneto. Vedi pdf

Milano, il vino, la poesia e la musica.

Posted by on Jul 27, 2012 in Curiosità | 0 comments

Francesco Buccellato ci segnala sulla nostra pagina di Facebook una serie di note storiche, poesie e canzoni legate a Milano ed al Vino. Buona Lettura

Tratto da “Le conferenze dell’Antica Credenza di sant’Ambrogio - Vini del Porta…e di altri poeti - 18 settembre 2007″

Milano è sempre stata un punto d’incontro e di scambio di esperienze fra genti di tutte le estrazioni sociali e geografiche. Uomini di ogni razza e condizione confluiscono nei grandi aggregati urbani che possono essere dei crogioli dove tutto si amalgama oppure, come avviene a Milano, degli alambicchi dove il calore della cultura distilla quanto c’è di buono e lascia il resto nella feccia. Mestee de tegascin, che distillavano le vinacce, residuo dell’uve tratto che ne sia il mosto e i vino che noi chiamiamo tegasc con voce d’origine latina perché ricoprono ( tegunt ) il mosto intanto che si viene facendo il vino ( Cherubini ).
Nella City londinese si trova Lombard street così come presso la Borsa di Amburgo si trova Lombardstrasse che ricordano i mercanti lombardi che vi trattavano i loro affari e poi, fedeli alle loro abitudini, tornavano sempre alle loro terre insubri. Questo isolamento ha circoscritto il modo di esprimersi lombardo ad un gruppo sempre più ristretto che subisce l’influenza delle genti che esibiscono le tradizioni dei loro Paesi. I lombardi in genere, ed i milanesi in particolare, sono rimasti fedeli al loro territorio ed alle loro abitudini in un isolamento che li induce a provare un senso di inferiorità nel linguaggio e a tavola lasciando sempre più largo spazio alle espressioni d’importazione.
La Regina Teodolinda dimostrò di apprezzare il vino modificando la tradizione longobarda che imponeva alla sposa di offrire una coppa di cervogia allo sposo, come ella fece con il primo marito Autari, ravvedendosi poi quando sposò Agilulfo, al quale offrì una coppa di vino.
L’illuminata regina pose rime¬dio alla sciagurata disposizione imposta dai Longobardi agli Insu¬bri, che poi da loro avrebbero preso il nome, di spiantare le viti per incrementare il consumo di birra.
Il patrimonio viticolo si salvò da questo flagello e prosperò per molto tempo fintanto che non subì l’attacco della fillossera che lo distrusse irrimediabilmente sul finire del secolo scorso.
La vite prosperava nell’intera Lombardia producendo vini di buona beva molto apprezzati nel¬le osterie di Milano dove giunge¬vano dopo un breve tragitto dal grande vigneto che prosperava dall’Adda al Sesia, come documenta il Porta nei suoi canti in lingua milanese.

Nato nel 1775 a Milano, Carlo Porta alleviava la noia del suo la¬voro quotidiano al Monte Napo¬leone, componendo versi sul ban¬cone e lasciando la penna solo per servire i reverendoni che veni¬vano a riscuotere le loro congrue. Il poeta si entusiasmò per Napoleo¬ne il cui avvento sembrava suggeri¬re le più rosee speranze per il futu¬ro dell’Italia e, in occasione delle sue nozze con Maria Luisa d’Au¬stria, celebrate a Parigi nell’aprile del 1810, scrisse il “Brindes de Meneghin a l’ostaria. Ditiramb per el matri¬moni de S.M. l’Imperator Napo¬leon con Maria Luisa I.R. Arzidu¬chessa d’Austria” citando molti vi¬gneti che allignavano nella fascia che coronava Milano sullo sfondo delle Prealpi. Il componimento è uno dei rari esempi di ditirambo in milanese che si ripete qualche an¬no dopo (1817) con “Brindes de Meneghin a l’ostaria per l’entrada a Milan de Sova S.C. Maistaa I.R.A. Franzesch Primm in com¬pagnia de sova miee l’Imperatriz Maria Luvisa”.
In entrambi i componimenti il Porta cita molte località dove si producevano buoni vini che subi¬rono la calamità della filossera dal periodo dal 1860 al 1870, quando sembrò che l’intero patrimonio viticolo europeo dovesse scompa¬rire se non tosse intervenuta una tecnica di impianto radicale su ceppi americani insensibili al pa¬rassita che salvarono le viti la¬sciando, però, il dubbio della qualità. Infatti non possiamo sta-bilire esattamente se i vini attuali abbiano le medesime caratteristi¬che organolettiche dei vini anti¬chi, in quanto il gusto è una sensa¬zione effimera che rimane nella memoria sensoriale propria di ciascun individuo, che la inter¬preta a suo modo senza lasciare una testimonianza durevole. Per¬mane dunque il dubbio se i nostri vini siano gli stessi con cui brinda¬va il Meneghino portiano oppure siano cambiati tutti in modo tanto uniforme da non lasciarci alcun termine di paragone che ci con¬senta di esprimere un giudizio comparato e, in questo caso, i po¬steri non possono dare “l’ardua sentenza”.

Brindisi di meneghino all’osteria
Ditirambo per il matrimonio si S.M. l’Imperatore Napoleone con Maria Luisa Arciduchessa d’Austria
1810
Che granada! Varda varda!
Sent che odor che bell color
Viva Bust e i so vidor!
Quest chì sì l’è el ver bombas
Che consola, che dà gust
Alla bocca, ai oeucc, al nas.
Che granato! Guarda, gurda! Senti che odore!che bel colore. Viva Busto ( Arsizio ) e i suoi vigneti!
Questo sì è la vera bambagia che consola, che dà gusto alla bocca agli occhi, al naso.
Prest, ovei de la cantinna!
Porte scià ona carffinna,
de quell din de Gattinara,
vera glora de Novara!
Presto, ehi, della cantina! Poratene qui una caraffina di quello fino di Novara,vera gloria di Novara.
Ma comè!On olter biccer?
De chi el mai sto penser?
Monta0robbi! Se badinna?
Monta0robbi! Gh’è chi po’
Avegh coeur de ditt de nò?
Ma come! Un altro bicchiere? Di chi è mai questo pensiero? Montarobio! Si scherza? C’è chi può aver cuore di dirti di no?
L’è peccaa che el Montarobbi
nol sia on mont largb milla mia;
chè in d’on quai cantonscellin
ghe sarav forsi cà núa.
Ma l’è on mont tant piscinn
che tanc voeult quell pocch penser
de scuffiaghen on biccer
boeugna proppi guarnall via.
Ma che serva? la natura
per i coss prezos e car
l’ha tegnuu curt la mesura,
giust per rendi pusse rar.
Hn i perla, hin i diamant
piscinitt, e hin olter tant
gross i anguri, gross i zucch.
E peccato che il Montarobio non sia un monte largo tnifle miglia; ché in un qualche cantuccino ci sarebbc forse casa mia. Ma è un monte tanto piccofino chc tante volte quel poco pensiero di tracannargfienc un bicchiere bisogna proprio metterlo via.
Ma che serve? la natura per le cose preziose e care ha tenuta corta la misura, giusto per renderle piú rare. Sono le perle, sono i diamanti piccolini, e sono invece grosse le angurie, grosse. le zucche.
El san ben Buragh, Tradaa,
Montaveggia, Oren, Maggenta,
Canegraa,Busser, Masaa,
Pilastrell- Scioccon, Groppl,
quanci lacrem, quanc sospir,
quanci affan, quanci dolor
m’hin costaa quij so ei fir,
quij so toppi, quij vidor
Lo sanno bene Burago, Tradate, Montevecchia, Oreno, Magenta, Canegrate, Bussero, Masate, Pilastrello-Cioccone, Groppello; quante lacrime, quanti sospiri, quanti afanni, quanti dolori mi sono costati quei loro filari, quei loro pergolati, quei vigneti.

Brindisi di Meneghino per l’entrata a Milano
di S.M. Francesco Primo con l’Imperatrice Maria Luisa
1815
Alto donch, trinche vain, scià del vin!
Ch’el me stomegh l’è secch come on ciod,
scià on martin
del Buscaa, ch’el vuj god
con savor in onor – del Patron!
Quest l’è bon! Cara, cara, che fior
De bobô- che l’ quest! Oh che gust!
Glô,Glô,glô – Bendetta terra
De Buscaa, di contorna de Bust,
ghe ve staga lontan la guerra
che i tempest, i stravent, la scighera
vaghen tucc a pestass in brughera.

Orsù dunque, trike wein, qua del vino! Che il mio stomaco è secco come un chiodo, qua un fico di Buscate, che lo voglio godere con sapore in onore del Padrone! Questo è buono! Oh gioia, che fiore di bere che è questo! Oh che gusto! Glù,glù,glù- benedetta la terra di Buscate, dei dintorni di Busto, che vi stia lontana la guerra, che le tempeste, le bufere, la nebbia vadano tutte a sbattersi in brughiera.

Che Toccaj, che Alicant, che Sciampagn,
che pacciugh, che mes’ciozz foréster!
Vin nostran, vin di noster campagn,
ma legittem, ma s’cett, ma sinzer,
per el stomegh d’on bon Milanes
ghe va robba del noster paes.
Nun che paccem del bell e del bon,
fior de manz, de vedij, de cappon,
fior de pan, de formaj, de butter,
no emm besogn de fà el cunt coj biccer,
e per quest la gran mader natura
la s’è tolta la santa premura
de vojann giò de bev col boccaa
fior de scabbi passant e salaa,
fior de scabbi mostos e suttir
di nost vign, di nost ronch, di nost fir.
Vin nostran, vin nostran, torni a dì,
de trincà col coeur largh e a memoria,
chè di vin forestoe la gran boria
per el pù la va tutta a fornì
in d’on pod, fumm e scumma, e bott .
Che Tocai, che Alicante, che Champagne, che intrugli, che misture forestiere! Vino nostrano; vino delle nostre campagne, ma legittimo, ma schietto, ma sincero, per lo stomaco d’un buon Milanese ci va roba del nostro paese.
Il Porta disprezza i vini dell’impero austro ungarico, di Spagna e di Francia, le tre nazioni che ambivano al dominio della Lombardia che da sola pagava imposte onerose e di valore molto più alto di qualunque altra regione. Meglio dunque vini nostrani, nel senso di avere governatori lombardi a comandare in terra lombarda.
Noi che pacchiamo del bello e del buono, fior di manzi, di vitelli, di capponi, fior di pane, di formaggio, di burro, non abbiamo bisogno di fare il conto coi bicchieri (bevuti), e per questo la gran madre natura si è presa la santa premura di vuotarci giú da bere col boccale fior di vino delicato e frizzante, fior di vino pastoso e sottile delle nostre vigne, delle nostre viti di collina, dei nostri filari.
Vino nostrano, vino nostrano, torno a dire, da trincare col cuore largo e a memoria, ché dei vini forestieri la gran boria per lo piú va tut¬ta a finire in un puff, fumo e schiuma e alto lí.
Car vinitt del Monsciasch savorii,
che gh’avij
giustaa el stomegh de tosa,
torné adess
a giustaghel l’istes,
conservenn la sia vita preziosa.
Cari vinetti el Monzasco, saporiti, che le avete aggiusto lo stomaca da ragazza, tornate adesso ad aggiustarglielo lo stesso, conservateci la sua vita preziosa.
Chee? vin bianch?
Quest poèu nò, nol vuj nanch
S’el fudess de Masaa del pù s’cet!
Che? Vino bianco! Questo poi no, non lo voglio neanche se fosse di Masate del più schietto!

Vorrev mettegh lì tucc in spallera
i nost scabbi, scialos e baffios,
quell bell limped e sodo d’Angera,
quell de Casten brillant e giusos,
quij grazios—de la Santa e d’Osnagh
quell magnifogh de Omaa, de Buragh,
quell de Vaver posaa e sostanzios,
quell sinzer e piccant de Casal,
quij cordial—de Canonega e Oren,
quij mostos—nett e s’cett e salaa
de Suigh, de Biassonn, de Casaa,
de Bust piccol, Buscaa, Parabiagh,
de Mombell, de Cassan, Noeuva e Des,
de Maggenta, de Arlaa, de Vares,
e olter milla milion—de vin bon,
che, s’el riva a saggiaj el PATRON,
nol ne bev mai pù on gott forestee;
fors el loda, chi sa, el cantinee,
e forstanca el le ciamma e el ghe ordenna
de inviaghen quaj bonza a Vienna.
Scià de bev anca mò, che sont succ!
che no poss pù mennà la tappella…

Vorrei metterli lí tutti in spalliera i nostri vini, generosi e con i baffi, quello bello limpido e sodo di Angera, quello di Castano brillante e succoso, quelli graziosi della Santa e di Osna¬go, quello magnifico di Omate, di Burago, quel¬lo di Vaprio posato e sostanzioso, quello sincero e piccante di Casate, quelli cordiali—di Cano¬nica e Oreno, quelli mostosi—netti e schietti e saporiti di Sovico, di Biassonno, di Casate, di Busto piccolo, Buscate, Parabiago, di Montebello, di Cassáno, Nova e Desio, di Magenta, di Arlate, di Varese, e altri mille milioni— di vini buoni, che, se arriva ad assaggiarli il PA¬DRONE, non ne beve mai piú un goccio fore¬stiero; forse loda, chi sa, il cantiniere, e forse anche lo chiama e gli ordina di inviargliene qualche carro botte a Vienna. Qua da bere ancora, che sono asciutto! Che non posso più menare la lingua…

Il consumo di vino a Milano è sempre stato notevole come già attesta Bonvesin de la Riva nel XIII secolo “ le vigne numerose producono svariati generi, sia dolci sia aspri, di vini salubri, saporiti, chiari, di colore bianco, giallo, roseo e dorato, in tanta abbondanza che certe famiglie raccolgono ogni anno dalle proprie vigne, al tempo della vendemmia, più di mille carri di vino. Sembrerà stupefacente che nel contado di Milano più di seicentomila carri di vino vengano messi in botte. Non ho dubbi che siano moltissime la città nei cui territori tutte le viti insieme non riuscirebbero a produrre neppure il vino con cui si ubriacano i nostri beoni.”
Attorno alla città di Milano, in Brianza fino a Lecco e Como si era sviluppata fin dal medioevo una tipica viti-coltura urbana e suburbana, in analogia o quanto era avvenuto a Parigi, a Roma e a Vienna. Questa viticol-tura aveva una ragione d’essere nei costi di trasporlo, allo¬ra molto elevati e per il dazio a cui erano sottoposti i vini di provenienza extracittadina. Famosa era la cosiddetta vigna di Leonardo, di circa 16 pertiche, donata da Ludovico Sforza il Moro nel 1498 e situata a poca distan¬za dalla chiesa di S. Maria delle Grazie vicino al Castello. Di questo piccolo vigneto, lasciato da Leonardo da Vinci in eredità ai suoi fedeli collaboratori Villani e Salaj; riman¬gono solo alcune fotografie che ne ritraggono il pergolato centrale poco prima della sua distruzione avvenuta, nel gennaio del 1920.
Vigna di Leonardo ( Portaluppi )
Tòpia in via Canonica

Di solito i vini di città erano di modesta qualità e veni¬vano prodotti dagli osti che ne curavano la vendita. Con il potenziamento delle ferrovie avvenuto nella secon¬da metà dell’800 e la conseguente disponibilità di vini di miglior qualità ed a prezzo più basso dalle regioni meridionali, buona parte scomparse. La mancata produzione di vini locali indusse i vignaioli di altre regioni a portare i loro vini a Milano, primi fra tutti i piemontesi, che offrivano ai milanesi i loro vini nelle “piole” così chiamate per ricordare le mescite astigiane che, a loro volta, avevano preso il nome dalle francesi “piaule” .Un fenomeno che si ripeté più tardi quando i vignaioli pugliesi proposero i loro vini nei “trani” così chiamati per ricordare la città pugliese rinomata per la grande produzione vinicola. Nelle case di ringhiera della vecchia Milano le mogli accoglievano i mariti dall’andatura ondeggiante chiedendo “quanti piòl t’é faa incoeu?“ pur sapendo di non avere alcuna risposta sul numero delle soste nelle osterie gestite dal “pioler” : antico nome che i milanesi davano a chi gestiva le osterie più popolari.
Un fenomeno che si ripeté più tardi quando i vignaioli pugliesi proposero i loro vini nei “trani” così chiamati per ricordare la città pugliese rinomata per la grande produzione vinicola.

Trani a gogò di Giorgio Gaber
Seconda a sinistra nel viale
Ci sta quel locale
abbastanza per male
Che chiamano trani a gogò.
Si passa la sera scolando barbera
Scolando barbera … nel trani a gogò.
C’é un vecchio barista
Dall’aria un po’ triste,
che si gratta in testa
poi serve un caffè
e un tost a me
nel trani a gogò.
Ci son quattro dischi, due tanghi una polka
Un’antica mazurka, e due fox trot
E il twist non c’è , nel trani a gogò.
Si passa la sera scolando barbera.
Nel valpolicella la vecchia zitella
Cerca l’amor. Nel trani a gogò.
Chi gioca a boccette e chi fa a cazzotti
Un vecchio a tressette ha perso il paltò.
L’ha perso con me. Nel trani a gogò.
C’é un pregiudicato uscito da poco
Che spiega a un amico l’errore che fece
E che pagò. Nel trani a gogò.
C’è un gruppo affiatato
Che intona stonato:
“ mi sunt’alpin “
nel trani a gogò.
Per far del colore
c’è un finto pittore
col finto scrittore
che parlan si sé
tra sé e sé
nel trani a gogò.
C’é il tipo che in pista non sbaglia mai un passo
È un mezzo califfo peccato che è zoppo
Chissà se no.
Nel trani a gogò.

Quando Gaber cantava queste canzoni l’Italia era diversa, si cominciava la lunga scalata verso il benessere collettivo, l’automobile per tutti, il telefono, la Tv, ma allora, la Tv la si guardava nelle osterie, le vicine di casa aiutavano tua madre ad accudire la moltitudine urlante e festante di bambini, tutti costruiti in scala, e la Domenica prima della messa nostra madre ci metteva tutti in fila col vestito buono, e le raccomandazioni a noi maschietti, non giocate a pallone che le scarpe costano care e poi con l’acqua bagnava il pettine e ci faceva la riga dritta che manco hai mai capito come faceva ad essere così “magica”. E nostro padre dall’altra stanza che ci salutava prima di uscire e recarsi all’osteria, al trani, al Trani a Go Go, dove il vino era buono e lo mescolavi pure con lo Champagne, senza distinzione di classe fra il ricco e il povero accumunati dal dolore per un amore non corrisposto, e altre canzoni ancora che uscivano dal marchingegno elettrico, la Torpedo Blu,

I Gufi
Roberto Brivio Milano, 1938 – Chitarra e voce. – Gianni Magni Milano, 1941 – 1992 – Voce.
Lino Patruno Crotone, 1935) – Chitarra, banjo, tromba, voce.- Nanni Svampa Milano,1938 -Chitarra e voce.
Il primo embrione del gruppo si forma nel 1964. Nanni Svampa ha appena inciso il suo primo disco, Nanni Svampa canta Brassens, ed ha iniziato a frequentare l’ambiente musicale milanese. Ha l’occasione di conoscere il jazzista Lino Patruno, diventandone amico ed iniziando a collaborare con lui. Tra i due s’iniza a discutere della possibilità di allestire spettacoli di cabaret concerto. L’idea prende forma definitiva in seguito all’incontro con Roberto Brivio e Gianni Magni: i quattro decidono di fondare il gruppo “I Gufi”.
Il primo album dei Gufi ha il marchio di fabbrica di Svampa: s’intitola infatti Milano canta (assumerà il numero 1 in seguito all’uscita di altri due album con lo stesso titolo). Nato e vissuto nei quartieri popolari di Milano, caratterizzati dai cortili, dalle case di ringhiera e da quell’intensa umanità che aveva fatto sì che si parlasse di Milan cont el coeur in man, Svampa aveva subìto il fascino della cultura popolare fino al punto da effettuare una scrupolosa ricerca filologica ed archivistica al fine di conservare e tramandare il patrimonio plurisecolare della canzone meneghina.
L’alchimia funziona bene: Nanni Svampa, detto il cantastorie, è il cantore della Milano dialettale che va scomparendo. Lino Patruno, il cantamusico, un jazzista di vaglia, tuttora attivo sui principali palcoscenici. Gianni Magni, l’unico prematuramente scomparso nel 1992, è detto il cantamimo: di famiglia circense, è un mimo capace di posture grottesche e di cantare con voce quasi bianca. Roberto Brivio, appassionato d’operetta è l’autore dei testi più originali del gruppo, che gli valgono il soprannome di cantamacabro.
A questo si aggiunga che l’ambiente culturale milanese del tempo è vivo e stimolante: negli stessi anni si muovono su quella scena altri artisti che affondano nella cultura popolare la loro stessa ragion d’essere: Dario Fo ed Enzo Jannacci, presto affiancati da Giorgio Gaber, tanto per citare i più famosi. Il loro luogo d’elezione è il Derby, luogo di ritrovo dei maggiori comici e artisti del capoluogo lombardo. Con l’andar del tempo e l’accrescersi della sua fama, il quartetto inizia a girare prima la Lombardia, poi l’Italia, portando una ventata di comicità surreale ed anticonvenzionale in un’Italia che, tacitati i morsi della fame, cominciava ad interrogarsi su se stessa, prestando orecchio agli stimoli provenienti dall’estero. In Francia ci sono Brassens, Brel, Vian, oltremanica è partita la swingin’ London e, di là dall’oceano ci sono Bob Dylan e gli altri figli della contestazione studentesca.

Ditirambo dei Gufi

E trinca, trinca, trinca
buttalo giù con una spinta
poi vedrai, che bella festa
la medicina
per un mondo in rovina
stai tranquillo è questa qua

Galbusera
quando beve barbera
fa lo slalom tra i lampioni
a schivarli tutti quanti son buoni
lui invece li butta giù
E trinca………
Sua cugina
beve solo benzina
e poi parte come un razzo
ora a Monza sta girando da un pezzo
chissà quando si fermerà
E trinca……..
Beatrice
usa la lavatrice
suo marito gliel’ha comprata
quando beve ha la sbronza frenata
fatto il pieno si ferma lì
E trinca…….
Il cognato
che beveva moscato
si è incriccato insieme al Marco
li han trovati seduti nel parco
a progettare rivoluzion
E trinca……
Poi c’è Amleto
che vuol bere in segreto
e si mette a recitare
” esser sbronzo o non essere sbronzo”
ma il dubbio atroce gli resterà
E trinca……
Rossi Antonia
beve solo colonia
lei è un tipo sofisticato
il suo singhiozzo è così profumato
che diventa un fatto snob
E trinca……
Mariarosa
ha la sbronza amorosa
ogni fiasco un fidanzato
se cambia vino l’ha bell’e scordato
e mai nessuno la sposerà
E trinca…..
Se il nonnino
beve un buon grignolino
sente il suono delle campane
quindi sogna le sbronze serene
che verranno nell’aldilà

in conclusione………………

Chi è che dis ch’el vin el fa mal
l’è tutta gente, l’è tutta gente
chi è che dis ch’el vin el fa mal
l’è tutta gente de l’ospedal.
Io ne ho bevuto tanto
e non mi ha fatto male
l’acqua sí che fa male il vino fa cantar.

Ohèj che la vaga ben, che la vaga mal
siam sul fior de la gìoventú
pensa a la magna e bevi
pensa a la magna e bevi
ohèj che la vaga ben, che la vaga mal
siam sul fior de la gioventú
pensa a la magna e bevi
bevi anche tu!

Aforismi – Volume 1°

Posted by on Jul 5, 2012 in Citazioni | 0 comments

Il vino e l’uomo mi fanno pensare a due lottatori tra loro amici, che si combattono senza tregua, e continuamente rifanno la pace. Il vinto abbraccia sempre il vincitore. (Charles Baudelaire)

Il vino è fatto per il popolo che lavora e che merita di berne. (Charles Baudelaire)

Un pasto senza vino è come un giorno senza sole. (Anthelme Brillat-Savarin)

Perché il vino faccia bene alle donne, è necessario che siano gli uomini a berlo. (Catherine Bugnard)

“Chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere” (Charles Baudelaire) – suggerito da Daniel Romano

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